L’AREA ARCHEOLOGICA DI GUAYABO

20/12/2016

Il monumento Nacional Guayabo, con un’estensione di 218 ettari, si trova a 19 km a nordovest da Guayabo e a 84 km da San José. È la più grande e interessante area archeologica della Costa Rica. Scoperta dall’esploratore Anastasio Alfaro alla fine del secolo scorso, la città archeologica  venne riportata alla luce parzialmente (solo il 10%) negli anni Sessanta. Nel 1973 venne dichiarata monumento nazionale. Il popolo che costruì questa città con larghe strade acciottolate, centri cerimoniali, acquedotti, visse qui tra il 1000 a.C. e il 1400 d.C.

Monolite con la figura di una lucertola

Le strutture più importanti della città sono state costruite tra il 300 e il 700 d.C., quando in questa zona vivevano circa 10.000 persone. Le rocce usate per le costruzioni venivano portate fin qui, per qualche chilometro, dal Rio Reventazón. Si possono osservare petroglifi o pietre incise con figure antropomorfe e zoomorfe che suggeriscono un rudimento di scrittura, e si trovano in tutta l’area archeologica, tra cui il monolite del giaguaro e la lucertola, che consiste in una pietra scolpita con la figura di un giaguaro su un lato e una lucertola dall’altro, mentre la cisterna della città, alimentata da una complessa rete idrica sotterranea con la quale si trasportava l’acqua delle vicine sorgenti, dimostra che questo popolo aveva una buona conoscenza dell’ingegneria idraulica infatti nel monumento c’è anche una complessa rete di acquedotti, alcuni dei quali ancora lavorano e avevano lo scopo di essere canali chiusi o aperti per portare l’acqua ai siti desiderati o per un serbatoi di stoccaggio che sono nel settore primario strutture della città e di pietra sono di forma rettangolare.

Si suppone che questa città fosse governata da un “Cacique” termine con cui si definivano tradizionalmente i capi di alcune comunità tribali in America Latina, e deteneva sia un potere politico che religioso, mentre non si è trovata una spiegazione del perché venne abbandonata un secolo e mezzo prima dell’arrivo degli spagnoli.

Le strade sono composte da una serie di percorsi di pietra utilizzate come vie di transito come parte del sistema di drenaggio. Ci sono alcune strade che si estendono per diversi chilometri in direzioni diverse dell’area di scavo, lungo un insieme di passi o passaggi che funzionano come strutture di pietra per superare le pendenze.

Alcuni oggetti in oro e in ceramica rinvenuti sono oggi esposti nei musei di San José. La città archeologica è immersa in una lussureggiante e ormai rara foresta pluviale  che crea seri problemi per la manutenzione del sito.

La fauna dell’area è composta soprattutto da scoiattoli, armadilli, coatí, tucani, ghiandaie e oropendole.

Senza pubblicità ogni giorno aumenta la quantità di turismo nazionale e internazionale, attratto dalla bellezza paesaggistica del luogo, ma soprattutto per l’alone di mistero in mezzo alla ricerca archeologica, che faticosamente effettuata dagli archeologi del Ministero dell’Ambiente e del Museo Nazionale università e in alcuni casi supportati da prestigiose università in Europa e negli Stati Uniti.

Ha aumentato l’interesse il fatto alcuni studiosi hanno collegato Guayabo con lo scambio culturale in quasi tutta la cultura precolombiana. In Costa Rica sono stati scoperti oggetti e le influenze di artigianato sia Maya (del Guatemala), Olmechi e gli Aztechi (dal Messico), così come Chibchas (Colombia), Quechua e Inca (dal Perù).

Quindi il valore culturale archeologico, oltre al fatto che è stato dichiarato Patrimonio Ingegneria rendono il monumento una destinazione turistica attraente.Date queste condizioni di aumento della domanda di servizi, sta attuando un’infrastruttura orientata verso l’ambiente, l’ecoturismo, una formazione archeologica e il patrimonio, dando servizi al visitatore, riducendo al minimo l’impatto ambientale e archeologico, compresa l’accessibilità universale e altre opere come punti di osservazione, aree di sosta, visitor center, servizi, sale di formazione, accoglienza, sentieri e baie.

 

FONTE: LIBRO “COSTA RICA” di Gianni Morelli e Alfredo Somoza

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